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Piccolo diario di viaggio dalle soglie del mondo della meditazione

Alcuni pensano che la meditazione sia un modo per uscire dal mondo, per trovare luoghi in cui stare bene e poi perdersi… e può succedere.

Altri pensano che la meditazione è una perdita di tempo, un tentativo inutile di entrare in una dimensione che ai più (e quindi a sè stessi) resterà preclusa perchè troppo complessa e difficile… può accadere anche questo.

Altri ancora pensano che la meditazione sia deleteria, porti a disturbi, dolore, difficoltà… e può essere.

Dalla mia piccola esperienza, la meditazione è un viaggio che spesso è fonte di gioia, di estrema felicità (ma cosa strana le abitudini quotidiane mi portano a trascurarla, e mi chiedo se veramente voglio essere felice se mi privo di questo nutrimento così disponibile).

Altre volte ancora la meditazione è fonte di noia: mi sento incapace, inetto a non trovare la porta per gli stati che avevo vissuto e che mi immagino mi attendano oltre la mia ottusità. Da qui il passo verso la conclusione che sono di testa dura nel non saper trovare la giusta modalità di meditare il passo è breve, e l’autosvalutazione è sempre alle porte e anche la voglia di non ripetere questa esperienza che altrettanto ottusamente giudico di fallimento.

In altri momenti, la meditazione è un sentiero di sofferenza, dove ad attendermi non sono la gioia, o la noia, ma un senso di solitudine e di tristezza per situazioni del passato non risolte e che forse non potrò mai più risolvere né con le persone che ho conosciuto, né con me stesso e con i miei limiti dimostrati allora.
Mi prende un senso di solitudine per la consapevolezza del tempo, della vita che scorre al di sotto dei mille obiettivi che mi motivano a lottare giorno dopo giorno, della morte che mi attende alla fine del viaggio e delle sue probabili e dolorose anticamere di attesa.

Altre volte ancora, con la meditazione mi sembra di sfiorare un senso di follia, che tocco quando mi sento vicino a una situazione dove mi vedo colpevole, dove non posso cambiare più le cose.
Ma la colpa più grande la sento quando mi accorgo di non aver saputo aprire il cuore a ciò che è stato e a ciò che è, alle persone e alle situazioni, quando mi accorgo che il mio Ego, ben corazzato, ha lasciato che molte situazioni mi scivolassero addosso senza toccarmi minimamente.
Ma soprattutto quando mi accorgo che continua a farlo.
Lì la follia è forse una volontà di estrema ribellione verso una mia insensibilità di fondo, verso una incapacità di fare attenzione e di scambiare amore, e di dare un senso alla vita.

Non sentire nella meditazione è qualcosa che mi fa sentire la meditazione sprecata.
Non sentire nella vita, è qualcosa che mi fa sentire la mia vita sprecata.

Il folle di Pirandello, libero da ogni giudizio e dal fardello del pensiero e delle sue paure e delle sue difese, rappresenta in questo sentire la libertà dell’essere, che può apparire al mondo inutile, senza senso, pericoloso e destabilizzante, angosciante e da controllare.

Poi mi ricordo le parole di Claudio Naranjo, che mi raccontò la storia di un Maestro che stava rispondendo alla domanda di un suo collega sull’angoscia della meditazione: questo Maestro, dopo una lunga pausa dalla fine della domanda, finalmente rispose… con una folle risata. Naranjo commentò che alla fine dell’Ego ci può essere questa angoscia: l’Ego non ama morire e lasciare libero l’Essere che ha protetto e difeso in Sè per anni (e credo che l’Ego rimanga, ma che noi possiamo ripararci in esso come molluschi in una conchiglia, o coraggiosamente uscirne per guardare il mondo sempre con questa rassicurante coperta a portata di mano, e che possiamo oscillare a nostro piacere tra questi due stati).

E mi ricordo di Freud, che parla dell’angoscia come il segnale che i meccanismi di difesa sono falliti e il contenuto inacettabile emerge all’Io, il quale per contenere questa angoscia è costretto a diventare più solido e forte.

E ancora penso a questa forza non nel senso dell’insensibilità, ma nel senso di poter guardare a ciò che è doloroso e al poter fare qualcosa di utile con questo dolore, fosse anche il solo sentirsi interiormente vicini, come raccomandato anche nella pratica buddista, agli uomini e alle donne che provano altrettanto, perché si sentano meno soli (come angeli custodi di esseri in carne ed ossa che forse non sapranno il perché in un certo momento avranno sentito la propria sofferenza alleggerirsi…).

E quando mi prende l’illusione che per far cessare tutto questo fiume di stati d’animo e di pensieri mi basterebbe smettere di meditare, mi ricordo che la meditazione è solo un acceleratore: se non andassi incontro io a questo mondo, questo mondo verrebbe a me, sotto forma di situazioni e persone che mi farebbero conoscere quanto fuggo nella meditazione, nel bene e nel male: e qui mi rendo conto che il male minore per me è stare centrato e raccolto nell’ascolto di ciò che è.

Infine, rammento che più importante della gioia, della noia, della sofferenza, della paura della follia, della morte e della malattia, dell’angoscia e della fine dell’Ego, del meditare o del non meditare, è importante l’attenzione al mio Respiro. Sempre.

Tutto qui.

Con l’intenzione che questa mia esperienza scritta possa essere utile a quanti sono meno esperti di me in questo viaggio, o lo vogliono iniziare, dedico queste parole scritte.

Alessandro D’Orlando

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