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La coscienza quando tormenta il cuore.

C’è una malattia che tormenta spesso chi è in un percorso di crescita personale, ed è una malattia sotto forma di domanda: “Ma come? Con tutto quello che ho speso in tempo e denaro in corsi e terapie di vario tipo, continuo a sbagliare come sbagliavo anni fa!”. È una domanda che ci si fa, oppure una domanda che viene sadicamente posta dalle persone più vicine, e alle volte una se la pone assurdamente e cinicamente già dopo poche ore di corsi e apprendimenti.

È un momento che di solito arriva per molti, dopo che un fallimento piccolo o grande mette davanti alle proprie debolezze e ai propri errori.

È un momento vissuto come una resa dei conti, e che può scatenare sensi di colpa o di vergogna se ci si immagina lo sguardo di chi ci ha visto impegnati in un cammino “particolare” di corsi e apprendimento – più o meno continuo – di strumenti per migliorare la propria vita.

Per sfuggire a questo momento, alcuni si chiudono in una attività ancora più maniacale, professionale o di “crescita personale”: ancora più corsi, ancora più vie di purificazione, ancora più strade che nascondono sottili motivazioni di espiazione.

Altri invece si arrendono e si fermano e buttano a mare ore, mesi o anni di impegno personale.

In entrambi i casi, non si tratta di buone soluzioni. Ci si stanca a fare troppo, così come ci si stanca nella rassegnazione.

Meglio rilassarsi e accettarsi… In fondo, la natura umana non cambia con i corsi: questi servono per condividere il percorso con persone affini, e per ridare energia tra una lotta solitaria ed un’altra. E servono per liberarsi dagli automatismi del carattere, ma il carattere di ciascuno non cambia per tutta la vita. Solo diventa “più elastico”. Ed è meraviglioso quando nell’anima entra un po’ di luce che non sia filtrata dal carattere, ed è già una ricompensa di per sé. Tutto qui.

Per il resto, ansia, angoscia, rabbia, paura, tristezza, confusione, senso di precarietà e insicurezza restano bene ancorate nel profondo.

I corsi servono per imparare a contenere questi aspetti, ma alle volte non bastano.

È normale.

Quindi inutile giudicarsi per i fallimenti: resta solo da chiedersi: “dove ho sbagliato e come posso andare avanti?”.

Alle volte il fallimento non è evitabile: il destino, il campo di coscienza della famiglia di origine, gli sbagli fatti nel passato…. Bisogna essere umili.

La coscienza, fatta di pensieri, tecniche, mezzi, ha comunque il compito di ascoltare con rispetto e attenzione (quindi con amore) il cuore. Il cuore resterà sempre bambino, timido, insicuro, debole, fragile. E tutto questo è inevitabile che si manifesti talvolta sotto forma di azione tesa a ferire, abbandonare o tradire qualcuno.

Eppure in quella sua fragilità il cuore conserva il seme del significato della nostra vita e di ciò che facciamo. È lui solo che decide quale, tra le infinite strade del mondo, ha un senso speciali per noi.

La coscienza dovrebbe proteggere il cuore, guidarlo nelle difficoltà, consolarlo nei suoi bisogni e soddisfarlo il più possibile, sorreggerlo, ascoltarlo. Soprattutto nei fallimenti.

Se la coscienza si chiude nel suo narcisismo (come forse altre figure facevano con noi da bambini), dicendo “devi fare di più!”, “Non hai sufficiente volontà”, “Vergognati!”, “Meriti quelle che stai vivendo!” (detto con sadismo), “Non voglio più darti altre possibilità!” (quando è il cuore che dà alla coscienza la possibilità di mostrare capacità di ascolto, e non è la coscienza che dà la possibilità al bambino di crescere!) allora il cuore soffre e si sprofonda del dolore o, per sopravvivere, nella disumanità senza cuore (l’alienazione esistenziale di Erich Fromm, male endemico moderno dove, guardando una rosa, si vede solo un banale fiore, senza nessun senso poetico di bellezza o purezza).

Se è il cuore che straripa e la coscienza soccombe, allora si entra in uno stato micropsicotico, in cui fantasia e realtà si confondono: un delirio (pensiero forte e non fondato su dati di realtà) di colpa può trascinare qualcuno nella rassegnazione e nell’abisso di una tristezza senza fine (la psicosi è lo stato opposto all’alienazione: la rosa “rosso fuoco” diventa temibile perché può bruciare la mano se colta – caso curioso, nella nostra società l’alienato può essere molto influente e funziona molto bene, lo psicotico soccombe e viene trattato con psicofarmaci e istituzionalizzato… ma ne parlerò in un altro articolo).

La coscienza non deve aspettarsi che il cuore cresca, così come un genitore non può aspettarsi che il proprio figlio cresca per non dare più stress.

La coscienza non può perdere pazienza con il cuore, così come un buon genitore sa aspettare e rispettare i tempi del figlio.

La coscienza non può dare la colpa al cuore per gli sbagli commessi, così come un genitore non può incolpare il proprio figlio per le proprie difficoltà esistenziali.

La buona coscienza sa contenere le emozioni del cuore così come un buon genitore accoglie e calma le emozioni del figlio (e la respirazione aumenta la capacità della coscienza di percepire le emozioni del cuore e di accoglierle con calma – e le costellazioni familiari aiutano la coscienza a sciogliere alcune emozioni “difficili” del cuore).

E così via…

Quindi la domanda è: “Che tipo di genitore è la coscienza con il Cuore?”, e poi “Come può migliorare?”.

E essere buoni genitori è un arte che non si finisce mai di imparare, e allora…

Guardiamoci con più pazienza, anche negli sbagli

Alessandro D’Orlando

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