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	<title>Tempo per Cambiare &#187; Alessandro D&#8217;Orlando</title>
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	<description>Consulenti personali per la tua formazione, comunicazione, successo e benessere</description>
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		<title>Amare a metà è peggio che non amare.</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 18:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amare]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>

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		<description><![CDATA[Se qualcuno ti ama più di quello che puoi ricambiare, diventerai cattivo con quella persona, per tenerla lontana ed evitare che si faccia ancora più male e per evitare di sentirti tu in colpa.
Nel mentre le fai male dirai che è davvero colpa sua se la tratti così, o negherai di trattarla male, perché non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se qualcuno ti ama più di quello che puoi ricambiare, diventerai cattivo con quella persona, per tenerla lontana ed evitare che si faccia ancora più male e per evitare di sentirti tu in colpa.</p>
<p>Nel mentre le fai male dirai che è davvero colpa sua se la tratti così, o negherai di trattarla male, perché non solo fa male ammettere di fare cose cattive, ma anche perché fai del male a qualcuno che ti ama e che tu, a parole, dici di amare.</p>
<p>E nel dire parole che coprono la verità di quello che accade ottenebri la percezione di ciò che è, di ciò che provi e di ciò che prova l’altro e copri con la menzogna i suoi tentativi di chiarimento. E si perde la bussola della ragione in una nebbia insidiosa.</p>
<p>Ma le cose si complicano ancora di più, perché nel profondo sai che hai bisogno di quella persona, altrimenti l’avresti lasciata, e ne hai bisogno perché la vita ti fa paura, e in quello spazio dove c’è la tua paura non c’è spazio per l’amore per nessuno, nemmeno per l’altro.</p>
<p>E forse ne hai bisogno anche perché la ami a metà, e per quella metà non vuoi perdere la persona che ami.</p>
<p>Avendone bisogno ti aggrappi a chi hai di fronte e cerchi di costringerlo ad essere come dovrebbe essere per te, perché la vita ti faccia ancora meno paura: e naturalmente nel fare questo non vedi l’altro ma vedi ancora te e i tuoi bisogni e così facendo ferisci ancora di più il tuo partner, che oltre a sentirsi non visto si sente anche accusare.</p>
<p>Ma poi le cose si complicano ancora di più, perché poi ti senti in colpa e non sai come riparare, e più cerchi di riparare e più peggiori le cose, perché ad ogni tentativo ti accorgi che non ce la fai.</p>
<p>E poi le cose si complicano ancora di più perché l’altro, ferito, a sua volta incattivito ti attaccherà e così confermerà le pessime idee che hai di lui, e nemmeno tu saprai più distinguere la realtà dalla fantasia, cos’è tuo e cos’è dell’altro.</p>
<p>E quando cercherai di allontanarti ti fermerà la paura della vita da un lato, e l’amore a metà per chi stai lasciando.</p>
<p>E nel farlo i sensi di colpa ti abbatteranno, ti fermeranno, ti faranno tornare indietro con ancora più risentimento e cattiveria: e il ciclo continuerà fino a che non rimarranno che cenere, dolore, sensi di colpa e tanta rabbia e tanto gelo.</p>
<p>Forse, se l’amore è tanto, sotto tutta quella cenere l’amore può ancora fiorire.</p>
<p>Ma non sarebbe più semplice ammettere di amare a metà, di vedere prima in te ciò che accusi nell’altro, di decidere per la tua vita senza scaricare le colpe sull’altro, e di dire all’altro la verità e di dire che non sai cosa provi davvero?</p>
<p>Non sarebbe più facile prendere la propria paura della vita tra le mani e andare verso il futuro da soli e andare fino in fondo per vedere se sta meglio?</p>
<p>Non sarebbe più facile lasciare l’altro senza continuare a andare e venire nell’ambiguità che solo che ama di meno riesce a sopportare?</p>
<p>E ancora meglio: prima di legarsi non sarebbe ancora meglio vedere se i propri valori consentono di costruire un rapporto e di crescere assieme?</p>
<p>Chi accusa solo il prossimo e non sa guardarsi dentro, chi non è disposto a fare di tutto per tenere in piedi un sentimento, che crede solo all’innamoramento e non alle lotte per trasformarlo in amore e per tenere vicino l’altro, chi non va a fondo delle cose, costi quel che costi, chi si nasconde dietro le cose fatte di nascosto, chi dice di non voler soffrire: diffida e vattene subito.</p>
<p>O potresti vivere tutto quello che è scritto sopra.</p>
<p>Alessandro D’Orlando</p>
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		<title>Quando qualcuno ti manca</title>
		<link>http://www.tempopercambiare.com/2009/11/quando-qualcuno-ti-manca/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 19:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[cuore]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Crescendo perdiamo tutte le persone intorno che ci hanno amato.
È naturale che perdiamo all’inizio quelle che ci hanno amato di più – se ci va bene.
Ed è naturale che poi iniziamo a perdere quelle che ci hanno amato sempre di meno.
La nostra capacità di farci amare alle volte diminuisce.
E diminuisce il tempo che dedichiamo alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Crescendo perdiamo tutte le persone intorno che ci hanno amato.</p>
<p>È naturale che perdiamo all’inizio quelle che ci hanno amato di più – se ci va bene.</p>
<p>Ed è naturale che poi iniziamo a perdere quelle che ci hanno amato sempre di meno.</p>
<p>La nostra capacità di farci amare alle volte diminuisce.</p>
<p>E diminuisce il tempo che dedichiamo alle relazioni.</p>
<p>E diminuisce anche la forza dell’amore erotico, fino a che da anziani ci si accontenta di una calda compagnia.</p>
<p>Così se ne vanno i nonni, e poi i genitori, e poi i primi amori, e poi gli amici, e poi gli amori successivi, e poi gli amici che vengono dopo, e alla fine ce ne andiamo noi.</p>
<p>In questa serie di accadimenti, il cuore rischia di impoverirsi, di restare vuoto, di non vivere più.</p>
<p>Il corpo rischia di diventare un guscio vuoto che non contiene più che un’anima stanca che desidera solo ritornare a casa, per forse ricominciare e godersi il lato più fresco e gioioso della vita.</p>
<p>Ma quando guardo alle persone che mi hanno amato, a quelle della mia famiglia, ai genitori che non possono più accompagnarmi nella vita, alle persone con cui pensavo di fare una famiglia e non è stato possibile, quando guardo agli amici che credevo durassero per sempre, quando guardo a tutti quei momenti d’incanto – a tutti quei momenti che vengono prima della rovina, del momento della rabbia e del conflitto, della separazione e delle ferite, prima del distacco e del freddo che c’è dopo…</p>
<p>Quando guardo a quella luca calda, a quella corrente sacra che annulla l’importanza di tutto ciò che è materiale e senza anima, di tutto ciò che colpisce l’occhio ma non il cuore, allora quella luce riscalda e continua a scaldare e scaldare ancora.</p>
<p>Ogni volta che guardo a quella luce l’amore lì continua a vivere e arriva fino al presente, ed è tanto, tutto assieme: quello erotico, quello da fratelli, quello affettivo, quello paterno, quello materno, quello incondizionato e quello condizionato.</p>
<p>Da quell’amore è possibile ricominciare, e nutrirsi e anche ricominciare a dare.</p>
<p>La realtà poi serberà altre situazioni, e saranno situazioni sempre più strette, sempre più rigide, come i corpi che invecchiano, come le sicurezze che ognuno si costruisce attorno, e anche questo va accettato ed amato – pena solo inutile dolore.</p>
<p>La sfida degli anni che passano è trasformare il vuoto della mancanza in un vuoto che scalda, le persone che non ci sono più in angeli custodi da ringraziare per il tratto di strada che hanno condiviso con noi, e accogliere i limiti con rispetto.</p>
<p>Alla fin fine, ogni tradizione spirituale mette in una posizione molto centrale la gratitudine, il riconoscimento, l’accettazione di ciò che è, la fiducia nel futuro e la fine della paura e del dolore.</p>
<p>Tanto vale iniziare da subito, tanto vale iniziare dalle prime grosse perdite, dalla fine dei primi importanti sogni.</p>
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		<title>Quelli che&#8230; una volta che il vaso è rotto, è rotto</title>
		<link>http://www.tempopercambiare.com/2009/11/quelli-che-una-volta-che-il-vaso-e-rotto-e-rotto/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 09:49:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[fiducia]]></category>
		<category><![CDATA[perdono]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono persone che una volta che  la fiducia è stata tradita, non perdonano.
Accusano, si vendicano, poi se ne vanno.
In queste situazioni viene negata all&#8217;altro la possibilità di sbagliare con la  sua umanità,
viene negata alla crisi il suo  valore di cambiamento,
viene data alla relazione tra  adulti un significato che non può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono persone che una volta che  la fiducia è stata tradita, non perdonano.</p>
<p>Accusano, si vendicano, poi se ne vanno.</p>
<p>In queste situazioni viene negata all&#8217;altro la possibilità di sbagliare con la  sua umanità,</p>
<p>viene negata alla crisi il suo  valore di cambiamento,</p>
<p>viene data alla relazione tra  adulti un significato che non può avere:</p>
<p>chi chiede all&#8217;altro &#8220;dimmi  che starai per sempre con me, dimmi che non mi tradirai mai, dimmi che non mi  lascerai mai&#8221;… ? &#8211; Solo un bambino, o una bambina, al genitore.</p>
<p>Come dice Hellinger, ognuno ha diritto ad un paio di peccati: chi nega questo,  ha un amore piccolo. E con questo piccolo amore non può crescere, nè dare  spazio di crescita alla relazione.</p>
<p>Se quindi decide di andarsene è perchè alla fin fine, cercava una scusa per  andarsene: restare, con il doloroso processo di cambiamento che comporta,  farebbe troppo male.</p>
<p>Ma male faceva anche prima, male  di restare in un rapporto che non doveva crescere: è difficile chiedere ad un  rapporto di non crescere e non cambiare.</p>
<p>Il tempo, con il dolore del  cambiamento e l’incubo della fine, entra sempre dalla finestra: solo una  creatività costante e una costante ricerca di equilibri può placare questa  angoscia.</p>
<p>Fare cose nuove, mettersi in  discussione, ammettere i propri errori, seguire l’altro fin nei suoi  ragionamenti più estremi per capire come si muove nel mondo, ma senza perdere  il proprio: questo permette ad un rapporto di crescere.</p>
<p>Se alla fine  l’altro se ne va, chi resta, resta solo con la sua colpa e la solitudine.</p>
<p>Chi se ne va, va con la  sensazione di essere nel giusto, completamente anestetizzato nella sua umanità.</p>
<p>Di solito il tempo poi lascia  depositare l’illusorio senso della giustizia e resta solo il dolore per la  persona che si è lasciata.</p>
<p>Chi è stato lasciato di solito  resta con la ferita del non essere stato preso.</p>
<p>Sono ferite  che restano e lavorano nell’anima.</p>
<p>E a quel che sento dire e che ho  visto nelle costellazioni familiari e che ho vissuto,</p>
<p>per sempre.</p>
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		<title>Quando le luci si spengono</title>
		<link>http://www.tempopercambiare.com/2009/10/quando-le-luci-si-spengono/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 07:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life Coaching]]></category>
		<category><![CDATA[sogni]]></category>

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		<description><![CDATA[Arriva sempre un momento in cui non sai più cosa fare.
Un momento in cui non hai più una direzione, non sai più come continuare a fare quello che avevi sempre fatto, a come continuare a credere a quello in cui hai sempre creduto, un momento in cui senti che il fondo della vita è infinito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arriva sempre un momento in cui non sai più cosa fare.</p>
<p>Un momento in cui non hai più una direzione, non sai più come continuare a fare quello che avevi sempre fatto, a come continuare a credere a quello in cui hai sempre creduto, un momento in cui senti che il fondo della vita è infinito e che tu puoi continuare a scendere se non fai qualcosa di diverso da quello che stai facendo, se non pensi a qualcosa di diverso da quello che stai pensando.</p>
<p>Arriva sempre un momento in cui i grandi sogni che avevi non sembrano più così grandi, in cui credi di essere stato ingannato dai tuoi stessi sogni, in cui effettivamente vedi che erano sogni troppo piccoli, con il loro tempo sprecato – o che erano sogni troppo grandi, con le loro fatiche estenuanti.</p>
<p>Arriva sempre un momento in cui ti accorgi che il tempo è passato e sono alle spalle gli amici di un tempo, e in cui ti accorgi che l’affetto della tua famiglia non riesce a scaldarti il cuore, e in cui non vedi isole dove approdare, in cui ti sembrano sempre più lontane le oasi degli anni verdi e della salute e della innocenza.</p>
<p>Arriva sempre un momento in cui vorresti lasciarti andare e abbandonare ogni fatica, anche se sai che questo non farebbe che peggiorare la situazione.</p>
<p>Arriva sempre un  momento in cui quello che sapevi fare non serve più, e che quello che ti viene da fare non fa che ingarbugliare di più le cose. In cui ciò che sai, che pensi, che speri, che credi ti lascia con un senso ancora più profondo di solitudine e insoddisfazione.</p>
<p>E di solito in quei momenti accade di dormire troppo o troppo poco, o di bere troppo, o di stare troppo davanti ad uno schermo blu, o di prendere qualcosa o fare qualcosa che faccia addormentare una mente implacabile con i suoi giudizi.</p>
<p>In quei momenti alle volte sembra di essere vicini alle soglie della morte: la vita appare in retrospettiva e si guarda a tutte le proprie cadute, ai dolori inferti a qualcuno, ai propri fallimenti, alle proprie debolezze. Si resta così, senza parole, davanti a quella che appare come una lunga serie di macerie che portano fino al punto in cui sei fermo a guardare quello che è accaduto. E non vedi prospettive.</p>
<p>In quei momenti non hai vie di fuga, sei in solitudine, davanti al cuore delle persone che hai ferito o abbandonato, davanti ai progetti che hai tradito o in cui non hai mai creduto, davanti ai tuoi giudizi e i tuoi rimproveri che possono essere anche peggiori di ciò che è stato.</p>
<p>E la cosa peggiore è che forse, su ciò che hai fatto, su ciò che hai pensato, su ciò in cui hai creduto, su ciò che realmente hai saputo dare e su ciò che realmente hai saputo ricevere, su ciò che ti resta ancora da fare e da vivere – la cosa peggiore è che forse hai ragione.</p>
<p>In quei momenti il mondo scompare, e allora c’è il rischio che il dolore diventi troppo dolce.<br />
O che tu lo voglia allontanare con altri sogni per ritornare al mondo con questi altri sogni.</p>
<p>In quei momenti il mondo scompare, e sei a un passo dall’essere a tu per tu con il tuo cuore con il suo dolore – e con il dolore del cuore di chi amavi o ami, di chi ti amava o ti sta amando. E forse anche con il dolore delle persone che non hanno niente a che fare con te.</p>
<p>Ti manca solo un ultimo passo, forse il più difficile: non credere nei tuoi giudizi su di te. O di quelli degli altri su di te. O nei giudizi sulla vita e l’esistenza.</p>
<p>Se ce la fai, se reggi, se rinunci ad aggrapparti a facili schemi o a identificarti con il dolore che invade ovunque il tuo mondo – se ce la fai può accadere qualcosa di grande, qualcosa che forse è l’essenza stessa del nostro essere qui:</p>
<p>accade che diventi un poco di più un essere umano.</p>
<p>Dopo, ha senso ricominciare.</p>
<p>Alessandro D’Orlando</p>
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		</item>
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		<title>L&#8217;Intenzione di Esserci e la Paura di Esserci</title>
		<link>http://www.tempopercambiare.com/2009/09/paura-di-esserci/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 07:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>

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		<description><![CDATA[Stare vicino a una persona fa paura, specie se si è stati abbandonati, o si è sofferta la mancanza di qualcuno che si amava e che non c&#8217;era quando lo si aspettava, o se peggio si è stati aggrediti da chi ci amava e ci doveva proteggere o andava via mentre ci si aspettava che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stare vicino a una persona fa paura, specie se si è stati abbandonati, o si è sofferta la mancanza di qualcuno che si amava e che non c&#8217;era quando lo si aspettava, o se peggio si è stati aggrediti da chi ci amava e ci doveva proteggere o andava via mentre ci si aspettava che rimanesse.</p>
<p>Alla fin fine siamo stati tutti abbandonati, abbandonati da bambini, o feriti nel corpo o con le parole più e più volte, dallo stesso genitore, o da entrambi: capita ovunque, anche nelle migliori famiglie.</p>
<p>Se si ama una persona, si può vedere dentro di lei quella parte bambina, disperata, che piange in silenzio, nel gelo del ritiro, o nella rabbia, o nella disperazione. La si può vedere nella sua cameretta, nel suo piccolo corpo, con il suo piccolo cuore.</p>
<p>E’ una condizione universale: su questa terra ci sono 7 miliardi di bambini disperati che vivono la vita senza che il tempo sia passato da quell&#8217;ultima ferita, da quell&#8217;ultima cicatrice, da quel momento in cui qualcosa si è rotto nel cuore. Emotivamente l’umanità è restata piccola, molto piccola.</p>
<p>Se si ama una persona, quella parte la si può vedere anche dentro di sè.</p>
<p>Quella parte è fatta di no, di chiusure, di cinismo, di freddo o di distruttività.<br />
Difende dall&#8217;abbandono: l&#8217;ennesimo abbandono. O dall’aggressione, l’ennesima aggressione.</p>
<p>Così si vive nella paura, scappando dalle relazioni prima dell&#8217;ennesima ferita.<br />
Fino alla prossima relazione, o sempre nella stessa, ma con uno o più amanti.</p>
<p>Se si ama una persona bisogna vedere quella bambina, quel bambino, in sè e nell&#8217;altra persona, amarla, starle vicino, ma rispettando quelle che sono le scelte che quel bambino o quella bambina decidono di fare su quel dolore, su quel pianto, su quel freddo.</p>
<p>E potrebbero non essere scelte sempre sagge o costruttive.</p>
<p>E’ deleterio per il cuore una coscienza che lo lascia in balia delle paure dell’altra persona, vedendo solo il bambino addolorato dell’altro, e non la sua freddezza, il suo egoismo, il suo cinismo che da quel dolore emergono.<br />
“In fondo lei o lui è così buono, è così buona”…. No! nello stesso tempo è anche maledettamente sadica.</p>
<p>Così, avere paura in una relazione è normale: il cuore è fragile e più serio diventa il legame più la paura cresce, perché la vicinanza rende anche più facile la ferita dell’abbandono o dell’attacco.</p>
<p>Alcuni soffocano la paura lavorando. Altri scappando. Altri lottando contro chi amano.</p>
<p>Pochi restano fermi in ascolto, come fanno gli erbivori quando fiutano un predatore vicino: con attenzione e intuito.</p>
<p>C&#8217;è solo un modo per gestire la paura: avere una coscienza che sa sostenere il cuore con l&#8217;intenzione di esserci e che sa regolare la distanza dell’altro, sapendo gestire la lontananza e la vicinanza, senza chiedere al legame di essere sempre al 100% o “aderente” e sorvegliando affinché non diventi troppo “lasco”. Ci vuole una coscienza che sa fermare gli attacchi dell’altro e nello stesso tempo che sa far entrare il buono dell’altro nel proprio cuore.</p>
<p>Vedere dentro di sè una forza, un sentimento per cui vale la pena lottare, e lottare per essa è vitale per l’anima, invece aspettare che quella forza risolva tutto da sé è una delle illusioni che più addormentano la coscienza (la coscienza viene così addormentata dalle credenze errate, mentre il cuore dalle emozioni distruttive).</p>
<p>Se non si lotta, se si rinuncia, quella forza è sprecata per sempre, e la sua energia può diventare distruttiva.</p>
<p>Bisogna essere all&#8217;altezza dei sentimenti che si provano, saperli contenere, saperli guidare e proteggere: se non lo si fa, diventano veleno nel cuore.</p>
<p>Accade così anche ai bambini: se non li si sa guidare, consolare, incoraggiare, limitare, crescono come spine nel fianco in una famiglia che deve ancora fare i conti con il mondo delle emozioni e degli affetti, così tanto temuti.</p>
<p>Abbiamo tutti spine nel cuore, abbiamo tutti i nostri “no”, abbiamo tutti dolori oltre i quali non permettiamo ancora a qualcuno di entrare.</p>
<p>Eppure la vita ha senso solo se ce ne assumiamo la responsabilità, se decidiamo di affrontare queste paure, se decidiamo di affrontarle con la persona che amiamo, per la persona che amiamo.</p>
<p>Se non lottiamo fino alla fine per quella persona, forse ce la porteremo dietro per molto, troppo tempo.</p>
<p>Non è un male avere limiti nella capacità di amare, non è un male ritirarsi, né attaccare, né disperarsi: è un male giustificare tutto questo, o credere tristemente che sarà per sempre così.</p>
<p>Così, se a qualcuno non basta come ami, chiedigli se se la sente di smettere di accusarti e temerti chiedigli di stare dalla tua parte e di aiutarti, e fai qualcosa per crescere assieme a quella persona.</p>
<p>Se ti accorgi che non riesci a fidarti del tutto di quella persona, parlaci e cerca di aiutarla a andare oltre i sui limiti.</p>
<p>Se parlare non serve, resta in silenzio consapevole di tutti questi limiti e agisci semplicemente senza parole.</p>
<p>E se in questo agire silenzioso, in questo dolore, a un certo punto ti accorgi che hai pulito il tuo cuore, ma che fuori ancora non cambia nulla, allora decidi se ha senso restare.</p>
<p>Non è un male avere difficoltà: è un male non farsi aiutare a risolverle.</p>
<p>Non è un male avere limiti, è un molto rischioso invece pensare di farcela da soli – o con metodi “fai da te”, come gli amanti.</p>
<p>Da soli non possiamo fare nulla.</p>
<p>Non è un male avere paura: è un male lasciare che questa paura paralizzi e vinca l’intenzione di esserci e di continuare a lottare e soffrire e crescere e vincere. Assieme.</p>
<p>Alessandro D’Orlando</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La coscienza quando tormenta il cuore.</title>
		<link>http://www.tempopercambiare.com/2009/06/la-coscienza-quando-tormenta-il-cuore/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2009 15:44:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute e Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[cuore]]></category>
		<category><![CDATA[fallimento]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è una malattia che tormenta spesso chi è in un percorso di  crescita personale, ed è una malattia sotto forma di domanda: “Ma come? Con  tutto quello che ho speso in tempo e denaro in corsi e terapie di vario tipo, continuo  a sbagliare come sbagliavo anni fa!”. È una domanda che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una malattia che tormenta spesso chi è in un percorso di  crescita personale, ed è una malattia sotto forma di domanda: “Ma come? Con  tutto quello che ho speso in tempo e denaro in corsi e terapie di vario tipo, continuo  a sbagliare come sbagliavo anni fa!”. È una domanda che ci si fa, oppure una  domanda che viene sadicamente posta dalle persone più vicine, e alle volte una  se la pone assurdamente e cinicamente già dopo poche ore di corsi e  apprendimenti.</p>
<p>È un momento che di solito arriva per molti, dopo che un  fallimento piccolo o grande mette davanti alle proprie debolezze e ai propri  errori.</p>
<p>È un momento vissuto come una resa dei conti, e che può  scatenare sensi di colpa o di vergogna se ci si immagina lo sguardo di chi ci  ha visto impegnati in un cammino “particolare” di corsi e apprendimento – più o  meno continuo &#8211; di strumenti per migliorare la propria vita.</p>
<p>Per sfuggire a questo momento, alcuni si chiudono in una  attività ancora più maniacale, professionale o di “crescita personale”: ancora  più corsi, ancora più vie di purificazione, ancora più strade che nascondono  sottili motivazioni di espiazione.</p>
<p>Altri invece si arrendono e si fermano e buttano a mare ore,  mesi o anni di impegno personale.</p>
<p>In entrambi i casi, non si tratta di buone soluzioni. Ci si stanca a fare troppo, così come ci si stanca nella  rassegnazione.</p>
<p>Meglio rilassarsi e accettarsi&#8230; In fondo, la natura umana  non cambia con i corsi: questi servono per condividere il percorso con persone  affini, e per ridare energia tra una lotta solitaria ed un’altra. E servono per  liberarsi dagli automatismi del carattere, ma il carattere di ciascuno non  cambia per tutta la vita. Solo diventa “più elastico”. Ed è meraviglioso quando  nell’anima entra un po’ di luce che non sia filtrata dal carattere, ed è già  una ricompensa di per sé. Tutto qui.</p>
<p>Per il resto, ansia, angoscia, rabbia, paura, tristezza,  confusione, senso di precarietà e insicurezza restano bene ancorate nel  profondo.</p>
<p>I corsi servono per imparare a contenere questi aspetti, ma  alle volte non bastano.</p>
<p>È normale.</p>
<p>Quindi inutile giudicarsi per i fallimenti: resta solo da  chiedersi: “dove ho sbagliato e come posso andare avanti?”.</p>
<p>Alle volte il fallimento non è evitabile: il destino, il  campo di coscienza della famiglia di origine, gli sbagli fatti nel passato….  Bisogna essere umili.</p>
<p>La coscienza, fatta di pensieri, tecniche, mezzi, ha  comunque il compito di ascoltare con rispetto e attenzione (quindi con amore)  il cuore. Il cuore resterà sempre bambino, timido, insicuro, debole, fragile. E  tutto questo è inevitabile che si manifesti talvolta sotto forma di azione tesa  a ferire, abbandonare o tradire qualcuno.</p>
<p>Eppure in quella sua fragilità il cuore conserva il seme del  significato della nostra vita e di ciò che facciamo. È lui solo che decide  quale, tra le infinite strade del mondo, ha un senso speciali per noi.</p>
<p>La coscienza dovrebbe proteggere il cuore, guidarlo nelle  difficoltà, consolarlo nei suoi bisogni e soddisfarlo il più possibile, sorreggerlo,  ascoltarlo. Soprattutto nei fallimenti.</p>
<p>Se la coscienza si chiude nel suo narcisismo (come forse  altre figure facevano con noi da bambini), dicendo “devi fare di più!”, “Non  hai sufficiente volontà”, “Vergognati!”, “Meriti quelle che stai vivendo!”  (detto con sadismo), “Non voglio più darti altre possibilità!” (quando è il  cuore che dà alla coscienza la possibilità di mostrare capacità di ascolto, e  non è la coscienza che dà la possibilità al bambino di crescere!) allora il  cuore soffre e si sprofonda del dolore o, per sopravvivere, nella disumanità  senza cuore (l’alienazione esistenziale di Erich Fromm, male endemico moderno  dove, guardando una rosa, si vede solo un banale fiore, senza nessun senso  poetico di bellezza o purezza).</p>
<p>Se è il cuore che straripa e la coscienza soccombe, allora  si entra in uno stato micropsicotico, in cui fantasia e realtà si confondono:  un delirio (pensiero forte e non fondato su dati di realtà) di colpa può  trascinare qualcuno nella rassegnazione e nell’abisso di una tristezza senza  fine (la psicosi è lo stato opposto all’alienazione: la rosa “rosso fuoco”  diventa temibile perché può bruciare la mano se colta – caso curioso, nella  nostra società l’alienato può essere molto influente e funziona molto bene, lo  psicotico soccombe e viene trattato con psicofarmaci e istituzionalizzato&#8230; ma  ne parlerò in un altro articolo).</p>
<p>La coscienza non deve aspettarsi che il cuore cresca, così  come un genitore non può aspettarsi che il proprio figlio cresca per non dare  più stress.</p>
<p>La coscienza non può perdere pazienza con il cuore, così  come un buon genitore sa aspettare e rispettare i tempi del figlio.</p>
<p>La coscienza non può dare la colpa al cuore per gli sbagli  commessi, così come un genitore non può incolpare il proprio figlio per le proprie  difficoltà esistenziali.</p>
<p>La buona coscienza sa contenere le emozioni del cuore così  come un buon genitore accoglie e calma le emozioni del figlio (e la  respirazione aumenta la capacità della coscienza di percepire le emozioni del  cuore e di accoglierle con calma – e le costellazioni familiari aiutano la  coscienza a sciogliere alcune emozioni “difficili” del cuore).</p>
<p>E così via…</p>
<p>Quindi la domanda è: “Che tipo di genitore è la coscienza  con il Cuore?”, e poi “Come può migliorare?”.</p>
<p>E essere buoni genitori è un arte che non si finisce mai di  imparare, e allora…</p>
<p>Guardiamoci con più pazienza, anche negli sbagli</p>
<p>Alessandro D’Orlando</p>
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		<title>30’’ di parole per  tre ore di riflessioni…</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 18:47:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[gestalt]]></category>
		<category><![CDATA[parola]]></category>
		<category><![CDATA[patch adams]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri sera ero in palestra ed un conoscente mi ha chiesto  come stavo.
Ho risposto che stavo bene (nei corsi non accetto che mi  si dica questo come feed-back finale della giornata di lavoro, perchè è un  giudizio che non dice nulla su cosa viene giudicato come positivo &#8211; e molto  spesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera ero in palestra ed un conoscente mi ha chiesto  come stavo.</p>
<p>Ho risposto che stavo bene (nei corsi non accetto che mi  si dica questo come feed-back finale della giornata di lavoro, perchè è un  giudizio che non dice nulla su cosa viene giudicato come positivo &#8211; e molto  spesso ciò che giudichiamo positivo, o negativo, non dice nulla nemmeno  sull&#8217;utilità per noi di quello che stiamo vivendo&#8230; Non accetto la risposta “bene”,  dicevo, ma quando voglio tagliare corto trovo che sia utile da usare).</p>
<p>Poi ho aggiunto, per parlare un pò più di me (un minimo  di scambio è una sana igiene psichica, mi dico spesso, sapere cosa succede  dentro di me e cosa succede dentro l&#8217;altro &#8211; mi viene in mente spesso Patch  Adams, che andava per la città a chiedere a tutti della loro vita, dalle  persone che camminavano per strada a quelle che erano dentro un bar, con la sua  fame di conoscere la vita degli altri, nella convinzione che, come diceva  Irving Polster, un maestro della Gestalt Therapy, &#8220;ogni vita è un  romanzo&#8221;), gli dico che vorrei solo un pò più di tempo per me &#8211; era stata  una dura giornata di lavoro e la sensazione che mi sto trascurando era fonte di  frustrazione in quelle ore serali (la stanchezza e il buio non mi favoriscono  sempre un atteggiamento mentale positivo all’altezza delle mie potenzialità).</p>
<p>Lui mi chiede allora: “Troppo lavoro?”, e io gli  rispondo: “Si, troppo lavoro, vorrei lavorare di meno” (sottinteso che non  volevo perdere lavoro, ma organizzarlo meglio e tenermelo tutto!).</p>
<p>A  quel punto il conoscente, andandosene, mi punta il dito contro  dicendomi in tono da Genitore Normativo: “Almeno il lavoro tu c’e’ l’hai”.</p>
<p>A  quel punto, stizzito, gli rispondo, mentre stavo correndo sul tapis roulant,  ricalcando il suo linguaggio non verbale e verbale, ma questa volta sorridendo:  “Hai ragione!”. Lui se ne stava andando, per cui difficilmente poteva  tornare indietro e l’ultima parola è stata la mia.</p>
<p>Sentivo  di aver vinto, non solo per aver parlato per ultimo – e fare anche versi  paraverbali, dopo che uno ha parlato, può essere un modo per avere l’ultima  parola – ma anche per non essere rimasto nel ruolo di persona lamentosa che lui  stava criticando, ed essere passato a quello della persona sorridente, anche  più di lui – e il mio sorriso era lo specchio di più messaggi: a) che io sapevo  essere anche felice se lo volevo (ecco vedi, se vuoi sono felice come dovrei  essere, lo so fare! Guarda come sono bravo!); b) che ero felice anche più di  lui (mi dici che mi lamento, guarda allora che so essere più raggiante di te se  voglio!); c) che in parte lo prendevo anche in giro e lo scimmiottavo,  ricalcando il suo modo di comunicare e passando repentinamente da una modalità  all’altra in maniera quasi teatrale.</p>
<p>Ero  stizzito perché se mi chiedi come sto, e poi usi quello che ti dico per  giudicarmi, questo per me è un tradimento (oltre che un segno di ingenuità da  parte mia – ancora devo imparare a riconoscere immediatamente le persone che  non aspettano altro che giudicare per sentirsi giuste o utili, o ancora mi  resta da apprendere come fregarmene di questi giudizi – in fondo l’altro si  accanisce su uno degli infiniti aspetti del mio mondo interiore e la mia vita  non cambia fondamentalmente se mi prende in giro).</p>
<p>Ero  stizzito, ed ero caduto in un piccolo gioco<a id="_ftnref1" name="_ftnref1" href="#_ftn1">(1)</a>. Lui era  il “Salvatore” che mi chiedeva come stavo, io la “Vittima” perché tale mi sono  sentito in prima battuta – vittima forse dapprima dei miei ritmi di vita, e poi  di lui e del suo giudizio), salvo poi ruotare lungo il “Triangolo drammatico”,  in cui lui è diventato il “Carnefice” (giudicandomi) e io la “Vittima”, per poi  passare lui a “Vittima” e io a “Carnefice” (con la mia ultima affermazione).</p>
<p>Ma  alla fine di tutto, mi è restato l’amaro in bocca (come in un buon Tornaconto di  un gioco), ed ho pensato che è difficile avere uno scambio di cuore con le  persone, in cui dire ciò che si prova senza essere giudicati male per questo. È  difficile fidarsi degli altri e anche di quella persona. E io forse sono una  persona ingenua, eccetera eccetera.</p>
<p>Per  uscire da questo tornaconto, sto pensando a come potrei fare: potrei per  esempio ridere bonariamente di me, della mia permalosità e dell’altro e della  sua scarsa delicatezza – ed uscire così dal tornaconto negativo (l’insieme di  pensieri che confermano visioni negative di sé, del mondo, del futuro –  l’insieme di emozioni parassite, che tolgono energia).</p>
<p>Posso  anche pensare a come non ricadere nel futuro in una trappola simile e pensare a  come uscire ancora prima del Tornaconto, per esempio nella fase dello scambio,  e poi in quella dell’inizio gioco.</p>
<p>Potrei  pensare a tante cose, e lo farò: mi chiedo solo quanto è complessa la  comunicazione, quanto lavoro si deve fare su sé stessi per vivere una vita dove  giochi e triangoli drammatici siano sempre meno presenti, dove sia più semplice  entrare in intimità con l’altra persona.</p>
<p>L’intimità,  l’essere nudi davanti a qualcuno e lasciarsi vedere, e non giudicare chi  abbiamo di fronte è un momento molto intenso e appagante – mi vengono in mente  le sedute di respiro circolare guardandosi negli occhi, e tutti i mondi che mi  si sono aperti in quella tecnica – peccato che ci siano tante paure prima di  questa terra.</p>
<p>L’intimità  non è data, è una conquista, e credo che una evoluzione spirituale comporti il  sapere guardare al mondo e agli altri senza giudizi, così come sono. È la  sensazione di sentirsi vicini agli altri, anche se gli altri non sentono questa  vicinanza, a causa del differente livello di crescita: non credo che ci si  possa vedere, o riconoscere, se non conosciamo in noi già quella qualità umana  che l’altro ci presenta in quel momento, a meno che non siamo così abituati ad  essere curiosi da poter entrare con profitto nel mondo dell’altro a partire da  dimensioni molto diverse. È un po’ quello che succede nella terapia, che è  anche l’arte del fare domande, o in altre forme e contesti nei rapporti  discepolo – guida spirituale o professionale o culturale o altro ancora, dove  il discepolo si apre al massimo alla conoscenza della sua guida.</p>
<p>In  altri termini, chi ha un Ego meno spesso di un altro, riesce a vedere l’essenza  negli altri perché riesce a vedere la propria. Chi, per il proprio Ego, non  riesce a vedere la propria essenza, non riesce a riconoscerla nemmeno negli  altri. Come dice un famoso proverbio, a un martello tutto il mondo finisce per  sembrare un chiodo.</p>
<p>Donald  Trump – in uno dei suoi libri sul denaro, citava un proverbio in cui accennava  al fatto che nella vetta si sta soli, ma non si sta stretti. Credo che sia  trasponibile anche al mondo spirituale – e in fondo ci sono leggi che valgono  per il piano materiale e che non valgono anche per quello spirituale? E in  generale, chi sta più in alto può riconoscersi in quelli che stanno più in  basso (un detto famoso quello per cui “non c’è Santo senza passato…), ma quelli  in basso difficilmente in quelli in alto, a meno che non stiano per fare un  salto di livello – e comunque credo che si possa riconoscere solo che ci è  immediatamente sopra, e non oltre (mi viene in mente Carl G. Jung che nel  vedere ciò di cui era capace Aurobindo pensò al fatto che era troppo per lui  come occidentale, non poteva far entrare questo mondo così altro-da-sè<a id="_ftnref2" name="_ftnref2" href="#_ftn2">(2) </a> –.  Ancora, un altro proverbio dice. “Quando il discepolo è pronto, il Maestro  arriva”).</p>
<p>Allora  – per tirare la fila di tante riflessioni dirette e collaterali &#8211; mi viene da  pensare che la prossima volta che tornerò in palestra, e quel tizio mi chiederà  come sto, penso che potrò dirgli come sto, e sorridere dentro di me se vorrà  poi criticarmi, mentre guardo con bonarietà alla sua essenza – molto più  importante del nostro piccolo Ego.</p>
<p>Forse  potrei fare tante altre cose, ma questa mi piace particolarmente, ed in fondo  vorrei essere guardato così da chi percepisco come più evoluto di me, quando  dico/faccio cose stupide.</p>
<p>Forse  dare questa forma di Amore mi prepara a riceverla. Forse tutto questo ci  prepara ad un mondo migliore – senz’altro ad una vita migliore, senz’altro per  me.</p>
<p>Alessandro  D’Orlando</p>
<div>
<div id="ftn1">
<p><a id="_ftn1" name="_ftn1" href="#_ftnref1"> </a> 1 Lo schema del “gioco” che viene dalla  teoria dell’Analisi Transazionale è la seguente: FASE A: Gancio  (nell’esempio”come stai?”) + Anello (“bene grazie, solo un po’ stanco”) – in  questa fase la conversazione avviene senza incidenti per un tempo indefinito. I  giocatori si dispongono lungo il triangolo drammatico in una delle tre  posizioni disponibili di Vittima/Salvatore/Carnefice. FASE B: è la fase dello  scambio, in cui i giocatori cambiano i ruoli; questa fase è spesso accompagnata  dalla sensazione di confusione e dal pensiero “cosa sta succedendo? Come ho  fatto ad arrivare fino qui?”. FASE C: è la fase del tornaconto, in cui dal  percorso intrapreso ciascuno dei giocatori ricava un emozione parassita, che  toglie energia, e un pensiero negativo su di sé, il mondo, il futuro. Le  motivazioni per le quali un essere umano si sforza così tanto per farsi e fare  del male sono infinite, e tra esse c’è ad esempio il cercare conferme al  proprio copione di vita – simile al copione di una rappresentazione teatrale, e  che va dalla culla alla tomba solitamente – o in altri termini mutuati dalla  PNL, alla propria mappa del mondo. Per un essere umano è meglio confermare le  proprie idee sbagliate che vivere nell’angoscia di non avere riferimenti (ecco  perché credo che Pirandello  pensava che  i folli – liberi da ogni riferimento, soprattutto quello relativo al pensiero e  alle aspettative degli altri su di sé, erano i veri “liberi”).</p>
</div>
<div id="ftn2">
<p><a id="_ftn2" name="_ftn2" href="#_ftnref2"></a>2 Carl G. Jung. Pensieri, ricordi,  riflessioni. BUR 1998.</p>
</div>
</div>
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		<title>Piccolo diario di viaggio dalle soglie del mondo della meditazione</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 12:18:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Meditazione]]></category>
		<category><![CDATA[mente]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni pensano che la meditazione sia un modo per uscire dal mondo, per trovare luoghi in cui stare bene e poi perdersi&#8230; e può succedere.
Altri pensano che la meditazione è una perdita di tempo, un tentativo inutile di entrare in una dimensione che ai più (e quindi a sè stessi) resterà preclusa perchè troppo complessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni pensano che la meditazione sia un modo per uscire dal mondo, per trovare luoghi in cui stare bene e poi perdersi&#8230; e può succedere.</p>
<p>Altri pensano che la meditazione è una perdita di tempo, un tentativo inutile di entrare in una dimensione che ai più (e quindi a sè stessi) resterà preclusa perchè troppo complessa e difficile&#8230; può accadere anche questo.</p>
<p>Altri ancora pensano che la meditazione sia deleteria, porti a disturbi, dolore, difficoltà&#8230; e può essere.</p>
<p>Dalla mia piccola esperienza, la meditazione è un viaggio che spesso è fonte di gioia, di estrema felicità (ma cosa strana le abitudini quotidiane mi portano a trascurarla, e mi chiedo se veramente voglio essere felice se mi privo di questo nutrimento così disponibile).</p>
<p>Altre volte ancora la meditazione è fonte di noia: mi sento incapace, inetto a non trovare la porta per gli stati che avevo vissuto e che mi immagino mi attendano oltre la mia ottusità. Da qui il passo verso la conclusione che sono di testa dura nel non saper trovare la giusta modalità di meditare il passo è breve, e l’autosvalutazione è sempre alle porte e anche la voglia di non ripetere questa esperienza che altrettanto ottusamente giudico di fallimento.</p>
<p>In altri momenti, la meditazione è un sentiero di sofferenza, dove ad attendermi non sono la gioia, o la noia, ma un senso di solitudine e di tristezza per situazioni del passato non risolte e che forse non potrò mai più risolvere né con le persone che ho conosciuto, né con me stesso e con i miei limiti dimostrati allora.<br />
Mi prende un senso di solitudine per la consapevolezza del tempo, della vita che scorre al di sotto dei mille obiettivi che mi motivano a lottare giorno dopo giorno, della morte che mi attende alla fine del viaggio e delle sue probabili e dolorose anticamere di attesa.</p>
<p>Altre volte ancora, con la meditazione mi sembra di sfiorare un senso di follia, che tocco quando mi sento vicino a una situazione dove mi vedo colpevole, dove non posso cambiare più le cose.<br />
Ma la colpa più grande la sento quando mi accorgo di non aver saputo aprire il cuore a ciò che è stato e a ciò che è, alle persone e alle situazioni, quando mi accorgo che il mio Ego, ben corazzato, ha lasciato che molte situazioni mi scivolassero addosso senza toccarmi minimamente.<br />
Ma soprattutto quando mi accorgo che continua a farlo.<br />
Lì la follia è forse una volontà di estrema ribellione verso una mia insensibilità di fondo, verso una incapacità di fare attenzione e di scambiare amore, e di dare un senso alla vita.</p>
<p>Non sentire nella meditazione è qualcosa che mi fa sentire la meditazione sprecata.<br />
Non sentire nella vita, è qualcosa che mi fa sentire la mia vita sprecata.</p>
<p>Il folle di Pirandello, libero da ogni giudizio e dal fardello del pensiero e delle sue paure e delle sue difese, rappresenta in questo sentire la libertà dell’essere, che può apparire al mondo inutile, senza senso, pericoloso e destabilizzante, angosciante e da controllare.</p>
<p>Poi mi ricordo le parole di Claudio Naranjo, che mi raccontò la storia di un Maestro che stava rispondendo alla domanda di un suo collega sull’angoscia della meditazione: questo Maestro, dopo una lunga pausa dalla fine della domanda, finalmente rispose… con una folle risata. Naranjo commentò che alla fine dell’Ego ci può essere questa angoscia: l’Ego non ama morire e lasciare libero l’Essere che ha protetto e difeso in Sè per anni (e credo che l’Ego rimanga, ma che noi possiamo ripararci in esso come molluschi in una conchiglia, o coraggiosamente uscirne per guardare il mondo sempre con questa rassicurante coperta a portata di mano, e che possiamo oscillare a nostro piacere tra questi due stati).</p>
<p>E mi ricordo di Freud, che parla dell’angoscia come il segnale che i meccanismi di difesa sono falliti e il contenuto inacettabile emerge all’Io, il quale per contenere questa angoscia è costretto a diventare più solido e forte.</p>
<p>E ancora penso a questa forza non nel senso dell’insensibilità, ma nel senso di poter guardare a ciò che è doloroso e al poter fare qualcosa di utile con questo dolore, fosse anche il solo sentirsi interiormente vicini, come raccomandato anche nella pratica buddista, agli uomini e alle donne che provano altrettanto, perché si sentano meno soli (come angeli custodi di esseri in carne ed ossa che forse non sapranno il perché in un certo momento avranno sentito la propria sofferenza alleggerirsi…).</p>
<p>E quando mi prende l’illusione che per far cessare tutto questo fiume di stati d’animo e di pensieri mi basterebbe smettere di meditare, mi ricordo che la meditazione è solo un acceleratore: se non andassi incontro io a questo mondo, questo mondo verrebbe a me, sotto forma di situazioni e persone che mi farebbero conoscere quanto fuggo nella meditazione, nel bene e nel male: e qui mi rendo conto che il male minore per me è stare centrato e raccolto nell’ascolto di ciò che è.</p>
<p>Infine, rammento che più importante della gioia, della noia, della sofferenza, della paura della follia, della morte e della malattia, dell’angoscia e della fine dell’Ego, del meditare o del non meditare, è importante l’attenzione al mio Respiro. Sempre.</p>
<p>Tutto qui.</p>
<p><em>Con l’intenzione che questa mia esperienza scritta possa essere utile a quanti sono meno esperti di me in questo viaggio, o lo vogliono iniziare, dedico queste parole scritte.</p>
<p>Alessandro D’Orlando</em></p>
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		<title>Vivere morendo e morendo per vivere.</title>
		<link>http://www.tempopercambiare.com/2008/08/vivere-morendo-e-morendo-per-vivere/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 06:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[Life Coaching]]></category>
		<category><![CDATA[cuore]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo  condannati a costruire, qualsiasi cosa facciamo.
Costruiamo ogni giorno relazioni  affettive, professionali, oggetti e idee. Il nostro esistere lascia così una  inevitabile traccia nel tempo, dietro di noi, e produce – volenti o nolenti –  conseguenze che ansiosamente sappiamo che non potremo mai prevedere del tutto o  controllare.
Così siamo tentati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo  condannati a costruire, qualsiasi cosa facciamo.</p>
<p>Costruiamo ogni giorno relazioni  affettive, professionali, oggetti e idee. Il nostro esistere lascia così una  inevitabile traccia nel tempo, dietro di noi, e produce – volenti o nolenti –  conseguenze che ansiosamente sappiamo che non potremo mai prevedere del tutto o  controllare.</p>
<p>Così siamo tentati di rendere i  nostri passi sulla sabbia sempre più leggeri e felpati: potremo così impedire a  qualcuno di seguirci, potremo dileguarci efficacemente quando la situazione si  fa insostenibile, potremo forse ritornare sui nostri passi una volta scoperto  l’errore senza accorgerci – noi stessi o gli altri &#8211; nemmeno dell’entità  dell’errore dalle nostre tracce.</p>
<p>Così le scelte di dove vivere,  con chi, con quale lavoro e le filosofie di vita inseguite divengono sempre più  evanescenti come le nostre orme: tutti e tutto possono sempre più essere  scambiati con tutti e tutto il resto, in un Universo di contatti sempre più  fugaci e meno intensi.</p>
<p>Ma come dimostra il successo  delle storie con gli eroi al cinema e nella letteratura &#8211; la scelta  irrevocabile, di un punto di non ritorno, di un atto dalle incancellabili  conseguenze – la scelta di camminare pesanti sulla sabbia, di legarsi per  sempre a qualcosa o qualcuno – la scelta di puntare i piedi e mettersi in gioco  completamente a ogni costo – tutto ciò continua ad evocare in noi un  fascino lontano e irresistibile e ci porta ad  ammirare chi dimostra di saperlo fare.</p>
<p>Nel profondo sappiamo che vivere  un’esperienza fino in fondo, con convinzione, accettando le conseguenze senza  recriminazioni, senza “se” e “ma”, pagandone l’intero prezzo, anche se questo  rischiasse di implicare la morte, la malattia, l’infelicità più profonda, la  follia: ciò dimostra forza e apporta forza all’Anima, ma è una strada per i  pochi che scelgono di andare oltre la cultura moderna e la sua arrogante  razionalità.</p>
<p>In un’epoca di razionalità,  l’unica strada sensata è quella dell’”Uomo dell’organizzazione” come direbbe  William White nel suo omonimo libro, sempre meno imprenditore e sempre più  manager anonimo di una macchina pre-impostata.</p>
<p>L’unica strada è quella  dell’amore promiscuo e del tradimento (dei vari menage a tre o più o degli  exchangers, che cercano sollievo da una fedeltà che appesantisce ed amplifica  le sofferenze e le paure individuali).</p>
<p>L’unica strada veramente  razionale è quella dell’azionista pronto a investire sul prodotto migliore ma  anche a disinvestire con la massima rapidità – e non importa se questo prodotto  è la persona “che amiamo” (sempre più sostituibile nel mondo di Internet e  degli sms), un lavoro (ad affitto e comunque flessibile), un oggetto (che il  leasing sostituisce sempre con uno più nuovo), un’idea (che si mescola nei  relativistici discorsi alla De Filippi), una emozione (che cambia con un  pulsante del telecomando), una sensazione fisica (che cambia con una  pastiglia).</p>
<p>L’unica strada razionale è quella  di puntare ad essere il più comodi possibili, di soffrire il meno possibile, di  ottenere il massimo dalla vita con il minimo sforzo, calcolando accuratamente  tutti i rischi.</p>
<p>L’unica strada razionale è anche  mentire o tacere delle cose importanti: assicura onori, denaro e potere,  sicurezza, salute, gloria davanti al mondo e lunga vita.</p>
<p>E poi c’è la  strada completamente irrazionale.</p>
<p>Quella di chi sceglie di dire la  verità è per il quale ogni ora di vita o di felicità è per questo regalata.</p>
<p>Quella di chi sceglie una persona  o un lavoro per sempre, con convinzione, con la mente che, ascoltato l’impulso  del cuore, dichiara al mondo la sua intenzione, anche se poi questo  significherà dolore e sofferenza.</p>
<p>Quella di chi può rimanere  spezzato nell’anima, nel cuore, nella mente o nel corpo se le cose non vanno  poi nel giusto verso: povertà, malattia, follia, morte, solitudine e i mille  fantasmi che accompagnano quello che è anche un viaggio dell’orrore verso  l’ignoto del futuro.</p>
<p>Così, logicamente parlando, si  perde la propria vita: perdendo i propri sogni anziché creandone di nuovi,  rinunciando ai propri obiettivi anziché resistere nella lotta, rinunciando ad  una lunga e salutare esistenza fisica, alla piena felicità emotiva permanente,  alla soddisfazione della mente nutrita da incontri, idee e persone interessanti  e sconosciute, rinunciando alle gioie dell’anima che un quadro, una  meditazione, una guida possono dischiudere dietro alla prossima curva.</p>
<p>Vivere così, con la morte dentro,  con la fine di tutto sempre imminente: la fine del corpo, la fine degli  affetti, dei sentimenti e della gioia, la fine delle proprie meravigliose doti  intellettuali e delle proprie idee, la fine della salvezza della propria anima  sempre in corsa verso il paradiso, lontano dall’inferno.</p>
<p>In tutto questo non c’è più  niente di razionale: la distruzione è probabile quanto e forse più della  costruzione, il dolore quanto e forse più della gioia, la morte quanto e forse  più della vita, il ripudio e la miseria materiale e spirituale quanto e forse  più del successo.</p>
<p>C’è un detto Zen che dice: “Quando il tuo arco si è spezzato ed hai  lanciato la tua ultima freccia, allora lancia, lancia con tutto il tuo cuore”….  mettere il cuore in ogni relazione e in ogni cosa, sapendo di poter  morire per ogni relazione e ogni cosa. E giocare tutto quello che si ha, fino  alla fine – sapendo che si potrebbe perdere tutto prima ancora di aver iniziato  a giocare e di aver capito come si gioca, restando con il becco di un quattrino  – soli e derisi &#8211; nel pieno delle proprie energie e della propria vita<a id="_ftnref1" name="_ftnref1" href="#_ftn1"> </a>:  forse anche così l’anima ritorna davanti al Mistero della Morte e della  Sofferenza, con la possibilità – e solo grazie alla Misericordia (come  direbbero i Cristiani), o la fortuna (come direbbero forse gli stoici) – di  aprire il Cuore ad una profondità che, forse, alcuni tra noi non potranno mai  conoscere.</p>
<p>Detto Zen</p>
<p>Alessandro D’Orlando</p>
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<div id="ftn1">
<p><a id="_ftn1" name="_ftn1" href="#_ftnref1"> </a> E forse il gioco d’azzardo  è anche l’ingenuo surrogato di questa scommessa spirituale…</p>
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		<title>La tua Vision è sana?</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 17:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro D'Orlando</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Obiettivi e Risultati]]></category>
		<category><![CDATA[carattere]]></category>
		<category><![CDATA[enneagramma]]></category>
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		<description><![CDATA[Avere una Vison del proprio futuro, per esempio tra 15 anni, vedere la propria vita in retrospettiva a partire da quell’ipotetico punto nel futuro, ritornare al presente e controllare lo stato di avanzamento verso il proprio obiettivo nella vita, sono tutte operazioni vitali per puntare sul positivo, sulle proprie risorse e accrescere la propria qualità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">Avere una Vison del proprio futuro, per esempio tra 15 anni, vedere la propria vita in retrospettiva a partire da quell’ipotetico punto nel futuro, ritornare al presente e controllare lo stato di avanzamento verso il proprio obiettivo nella vita, sono tutte operazioni vitali per puntare sul positivo, sulle proprie risorse e accrescere la propria qualità di vita&#8230;</p>
<p class="MsoNormal">C’è solo un problema: da dove nasce la Vision? Dal carattere o dall’essenza? O meglio: in che percentuale il carattere influisce sulla propria progettualità – visto che è impossibile vivere senza carattere!</p>
<p class="MsoNormal">Mi spiego meglio: per carattere intendo quell’insieme di automatismi mentali, emotivi e di comportamento così come sono descritti da C. Naranjo nel libro “Carattere e Nevrosi”. Essendo meccanismi formatisi entro i primi sei anni di vita, difficilmente una persona pensa che quel suo modo di vedere e di vivere la vita sia non qualcosa di personale e originale ma in gran parte descrivibile in un modello tramandato da generazioni di ricercatori nel campo dell’anima e della crescita umana.</p>
<p class="MsoNormal">Così avremo ad esempio Vision di un carattere tipo Uno condizionate dalla sua ricerca della perfezione – ossessione a livello mentale &#8211; e della repressione degli errori<span> </span>-attraverso impulsi di rabbia “congelata”, che si esprime ad esempio con il disprezzo per le imperfezioni altrui ed un senso di superiorità legata alla propria diligenza, precisione, rispetto delle regole…</p>
<p class="MsoNormal">Avremo Vision di un Due, in cui l’orgoglio &#8211; fissazione emotiva &#8211; e la ricerca della dimostrazione dei propri talenti e della propria “abbondanza” &#8211; fissazione a livello mentale &#8211; portano alla possibile rappresentazione di un mondo dove gli altri non potranno che apprezzare i propri talenti e capacità speciali.</p>
<p class="MsoNormal">La Vision di un Tre invece sarà forse quella di chi vuole agire in maniera da essere sempre più efficiente, efficace, prestante, così come impongono la fissazione emotiva &#8211; la vanità-<span> </span>e la fissazione mentale – l’arte del trasformismo finalizzato al compiacere ed al successo-.</p>
<p class="MsoNormal">La Vision di un Quattro invece sarà forse inficiata dalle tendenze masochistiche che portano a livello mentale a vedere solo le cose che non vanno e a livello emotivo a sentire soprattutto il proprio dolore per un passato che spesso è oggettivamente di sofferenza.</p>
<p class="MsoNormal">La Vision di un Cinque potrà invece essere legata alla ricerca di isolamento &#8211; a livello mentale &#8211; e alla voglia di risparmiare le proprie energie<span> </span>- l’”avarizia” sul piano affettivo è la fissazione di<span> </span>questo enneatipo.</p>
<p class="MsoNormal">La Vision del Sei sarà invece frutto della sua paura – fissazione emotiva – e della sua ricerca di sicurezza – fissazione a livello mentale?</p>
<p class="MsoNormal">La Vision di un Sette sarà condizionata dalla sua ricerca di piaceri costante – la gola sul piano emotivo – e la sua tendenza a non prendersi responsabilità e a mentire a sé stesso e agli altri – la fraudolenza sul piano mentale?</p>
<p class="MsoNormal">La Vision di un Otto sarà influenzata dalla sua ricerca di potere – sul piano mentale – e dalla sua passione per gli eccessi – sul piano emozionale?</p>
<p class="MsoNormal">La Vision di un Nove sarà invece frutto di della sua indolenza psichica o “il non farsi troppe domande” – a livello emotivo è la sua fissazione – e dalla sua capacità di mantenere lo status quo – a livello mentale?</p>
<p class="MsoNormal">Quanto Carattere c’è in chi persegue obiettivi di denaro, potere, bellezza, successo, carriera…? Quanto tempo ed energie si possono sprecare per fare questo? Anni? Per poi scoprire che non era lì che si voleva veramente?</p>
<p class="MsoNormal">Infatti il problema del carattere è che è l’essenza della <em>nevrosi</em>, che Hellinger definisce anche come un “movimento a cerchio” che una persona compie quando sta per avvicinarsi ad un’altra persona: invece di proseguire e completare il contatto ritorna indietro e ricomincia da capo, come nel primo movimento verso la persona amata(spesso la madre): così nessun contatto umano è mai completamente appagante, nessuna strada è mai completamente buona per sé stessi, niente di ciò che si vive a livello di lavoro e affetti scalda il cuore e arriva nell’essenza.</p>
<p class="MsoNormal">Così il carattere impone una soluzione che Watzlawick definirebbe “come prima più di prima”: più perfezione, più dimostrazione di sé, più successo, più potere e così via, nell’illusione che sarà questo ad avvicinarci al senso della vita, e non quell’ultimo, sacro passo verso il cuore di chi abbiamo davanti.</p>
<p class="MsoNormal">Quell’ultimo passo, come farlo, è troppo doloroso: risveglia l’antica ferita – “la ferita dei non amati” direbbe Scehllenbaum nel suo omonimo e famoso libro.</p>
<p class="MsoNormal">Toccare qualcosa di cui si aveva nostalgia profonda, qualcosa che non è stato vissuto abbastanza nel proprio passato, la vita che si è persa senza questo regalo, comporta la capacità di affrontare la disperazione, il senso di vuoto, di impotenza, di terrore, di inutilità… E da soli non si può fare questo.</p>
<p class="MsoNormal">Non lo si può fare nemmeno lavorando solo per obiettivi: l’amore non è un qualcosa che c’è nel futuro e basta. Non è qualcosa che si può ottenere, né qualcosa per cui lottare: l’amore è nel presente, è ciò che dà senso alle nostre scelte di vita, è ciò che ci circonda: si tratta solo di capire come aprirci ad esso, nutrendocene abbastanza così da poterne dare anche agli altri ed ai nostri progetti – che allora avranno quel cuore che Don Juan raccomanda a Castaneda.</p>
<p class="MsoNormal">Allora lavorare su una Vision sana significa lavorare anche sul Carattere, affinché il proprio sogno non sia qualcosa che porti lontano dal proprio cuore, in una terra dove non c’è aria né qualcuno da incontrare, in un binario morto alla fine del niente.</p>
<p class="MsoNormal">Potrebbe essere tardi accorgersene solo alla fine…</p>
<p class="MsoNormal">Potrebbe essere un vero <em>peccato</em>…</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Alessandro D’Orlando</p>
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